Quando qualcosa nella propria esperienza di vita o di lavoro diventa faticoso, la spiegazione più immediata riguarda spesso la dimensione personale: bisogna cambiare se stessi/e.
Cambiare atteggiamento.
Sviluppare nuove competenze.
Adattarsi meglio alle situazioni.
Accanto a questa visione emerge talvolta la posizione opposta: il cambiamento dipenderebbe soprattutto dal contesto. Un nuovo lavoro, un ambiente diverso o relazioni differenti sembrano offrire una soluzione più immediata.
Nell’esperienza dei percorsi psicologici individuali queste due prospettive raramente si presentano in forma così separata. Molte questioni portate nei colloqui riguardano piuttosto la relazione tra la dimensione personale e i contesti di vita in cui essa si esprime.
La relazione tra persona e ambiente
In psicologia questa relazione rappresenta un punto di osservazione centrale.
Lo psicologo sociale Kurt Lewin ha sintetizzato questo principio con una formulazione diventata molto nota: B = f(P, E) Behavior is a function of the Person and their Environment, cioè il comportamento è funzione della persona (P) e dell’ambiente (E) in cui essa vive.
Ciò che pensiamo, sentiamo o facciamo prende forma all’interno di un campo di relazioni, condizioni e significati condivisi.
Questa prospettiva è stata successivamente sviluppata in diversi modelli teorici. Il lavoro di Urie Bronfenbrenner descrive lo sviluppo umano come il risultato dell’interazione tra sistemi interconnessi: famiglia, scuola, lavoro, comunità e contesto culturale.
I contesti diventano così parte attiva delle traiettorie di crescita e possono sostenere, facilitare oppure limitare l’espressione delle risorse personali.
Quando la responsabilità viene attribuita soprattutto a se stessi
In alcune circostanze le persone tendono ad attribuire ogni difficoltà principalmente a se stesse. Quando un’esperienza professionale o relazionale diventa faticosa, la spiegazione più immediata riguarda allora un presunto limite personale: competenze insufficienti, scarsa sicurezza, difficoltà nel gestire la situazione.
La psicologia sociale ha osservato come le persone tendano spesso a spiegare i comportamenti attraverso caratteristiche individuali, attribuendo un peso minore alle condizioni situazionali. Studi classici sull’attribuzione causale hanno evidenziato questa tendenza già negli anni Sessanta (Jones & Harris, 1967), successivamente descritta da Lee Ross come fundamental attribution error, cioè la propensione a privilegiare spiegazioni disposizionali rispetto a quelle legate al contesto (Ross, 1977).
Il modo in cui interpretiamo gli eventi è stato studiato anche attraverso il concetto di locus of control, introdotto da Julian Rotter. Alcune persone tendono a percepire gli esiti delle proprie esperienze soprattutto come il risultato delle proprie azioni (locus of control interno), mentre altre li attribuiscono principalmente a fattori esterni come le circostanze, il caso o le decisioni altrui (Rotter, 1966).
Quando queste modalità interpretative si polarizzano, può emergere una lettura fortemente centrata sulla responsabilità personale. Nel tempo questa prospettiva può generare frustrazione e senso di inadeguatezza.
La letteratura psicologica ha descritto dinamiche simili anche attraverso il concetto di impostor phenomenon (oggi spesso indicato anche come impostor experience), studiato inizialmente da Pauline Clance e Suzanne Imes. In queste situazioni anche persone con competenze e risultati riconosciuti possono percepire una discrepanza tra il proprio valore e il modo in cui vengono valutate, attribuendo i successi a fattori esterni e i fallimenti a limiti personali (Clance & Imes, 1978).
In alcuni contesti questa esperienza può essere alimentata da ambienti altamente competitivi, culture organizzative poco inclusive o relazioni caratterizzate da dinamiche di potere.
Quando tutta la responsabilità viene attribuita al contesto
All’estremo opposto si colloca una spiegazione che attribuisce ogni difficoltà esclusivamente alle condizioni esterne.
Anche questa prospettiva presenta dei limiti. Quando l’attenzione si concentra solo sull’ambiente, lo spazio di azione personale tende a ridursi e la possibilità di incidere sulla propria esperienza può apparire più limitata.
La ricerca psicologica sui gruppi e sui contesti di lavoro ha mostrato come il clima relazionale e il senso di sicurezza psicologica possano influenzare partecipazione, apprendimento e percezione di efficacia personale (Edmondson, 1999).
Nei percorsi psicologici diventa spesso più utile esplorare l’interazione tra questi due livelli: le caratteristiche dei contesti e il modo in cui ciascuna persona si muove al loro interno.
Questa prospettiva permette di osservare con maggiore attenzione sia le condizioni ambientali sia i processi personali che si sviluppano nella relazione con esse.
Comprendere la relazione tra persona e contesto
Osservare insieme questi aspetti permette di formulare domande più articolate:
- quali caratteristiche del contesto facilitano l’espressione delle proprie risorse?
- quali strategie di adattamento sono state sviluppate nel tempo?
- quali margini di trasformazione risultano disponibili sia sul piano personale sia su quello relazionale?
Questo tipo di esplorazione aiuta a superare spiegazioni troppo semplici e a costruire una comprensione più ampia dell’esperienza vissuta, rendendo progressivamente più chiari i margini di trasformazione disponibili sia sul piano personale sia nei contesti di vita.
Persona e contesto tornano così a essere osservati nella loro relazione.
Bibliografia Bronfenbrenner, U. (1979). The ecology of human development: Experiments by nature and design. Cambridge, MA: Harvard University Press. Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The impostor phenomenon in high-achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 15(3), 241–247. Edmondson, A. C. (1999). Psychological safety and learning behavior in work teams. Administrative Science Quarterly, 44(2), 350–383. Jones, E. E., & Harris, V. A. (1967). The attribution of attitudes. Journal of Experimental Social Psychology, 3(1), 1–24. Lewin, K. (1936). Principles of topological psychology. New York: McGraw-Hill. Lewin, K. (1951). Field theory in social science: Selected theoretical papers. New York: Harper & Row. Ross, L. (1977). The intuitive psychologist and his shortcomings: Distortions in the attribution process. In L. Berkowitz (Ed.), Advances in Experimental Social Psychology (Vol. 10, pp. 173–220). New York: Academic Press. Rotter, J. B. (1966). Generalized expectancies for internal versus external control of reinforcement. Psychological Monographs, 80(1), 1–28.
