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Ci sono persone che, molto presto, imparano a diventare “quelle forti”.

Quelle che tengono insieme le cose.
Quelle affidabili.
Quelle che resistono.
Quelle a cui gli altri si appoggiano quando qualcosa si rompe.

Spesso questo processo avviene in modo graduale, dentro esperienze familiari, relazionali o lavorative diverse tra loro.

In alcune situazioni, può svilupparsi lentamente l’idea che mostrare fragilità possa creare preoccupazione, peso o delusione.
E così, nel tempo, può diventare più facile trattenere, minimizzare o mettere da parte ciò che si prova.

Ci si organizza.
Si va avanti.
Si regge.

Anche nei momenti di forte stanchezza.

In alcune persone, questo modo di stare nel mondo può trasformarsi in una sorta di automatismo: fare, risolvere, prendersi cura degli altri, anticiparne i bisogni, mantenere il controllo.

Fermarsi, invece, può diventare difficile.
Persino colpevolizzante.

Può emergere il bisogno di apparire sempre all’altezza, disponibili, lucidi/e, capaci.
Come se rallentare, chiedere aiuto o mostrare fatica rischiasse di incrinare l’immagine di sé costruita nel tempo.

Eppure la forza può assumere forme molto diverse.

Alcune persone considerate “forti” convivono a lungo con tensione interna, ipercontrollo o sovraccarico emotivo.
Altre possono fare fatica a riconoscere i propri limiti o ad accorgersi di quanto spazio venga continuamente dato ai bisogni degli altri rispetto ai propri.

In alcuni momenti, può capitare che il corpo o la mente inizino lentamente a segnalare la fatica accumulata.

Questa fatica può emergere attraverso:

  • irritabilità;
  • difficoltà a riposare davvero;
  • senso di esaurimento;
  • bisogno di controllo;
  • distacco emotivo;
  • la difficoltà a concedersi momenti di vero rallentamento.

In alcune situazioni può diventare difficile riconoscere cosa si desidera davvero, al di là delle richieste, delle aspettative o dei ruoli che si ricoprono quotidianamente.

Ed è anche per questo che, in alcuni momenti della vita, può essere importante trovare uno spazio in cui poter lasciare, almeno per un momento, il bisogno di “tenere tutto”.

Uno spazio in cui riconoscere la propria fatica con maggiore gentilezza verso sé stessi/e.

Uno spazio in cui vulnerabilità e forza possano convivere come parti diverse della stessa esperienza umana.

La psicologia contemporanea si occupa da tempo del rapporto tra emozioni, adattamento, relazioni e senso di sicurezza personale. Anche per questo, imparare ad ascoltare la propria fatica può rappresentare, in alcune situazioni, un passaggio importante nella costruzione del proprio benessere.

Forse essere forti può significare anche imparare a riconoscere i propri limiti, dare ascolto ai propri bisogni e concedersi la possibilità di condividere il peso che si porta.