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A volte il periodo intenso si conclude.
Le urgenze diminuiscono.
Il ritmo si fa più regolare.

Eppure il corpo continua a restare vigile.

La mente controlla.
Il sonno resta leggero.
La quiete appare insolita, quasi estranea.

Questa esperienza non parla necessariamente di fragilità: spesso racconta di un adattamento che si è strutturato per rispondere a un periodo prolungato di tensione.

L’adattamento allo stress come competenza

Nei periodi prolungati di pressione — lavorativa, relazionale, familiare — il sistema nervoso si organizza per sostenere ciò che la situazione richiede.

Il neuroscienziato Bruce S. McEwen ha descritto questo processo con il concetto di allostasi: la capacità dell’organismo di mantenere equilibrio attraverso il cambiamento.

Quando la tensione si prolunga, alcune reti cerebrali coinvolte nella rilevazione della minaccia (amigdala), nella memoria contestuale (ippocampo) e nella regolazione e pianificazione (corteccia prefrontale) possono modulare il proprio funzionamento per favorire l’adattamento.

Ricerche recenti indicano che lo stress prolungato è associato a modificazioni strutturali e funzionali nella corteccia prefrontale, con effetti sulle connessioni sinaptiche e sui processi di regolazione emotiva, confermando la presenza di meccanismi di neuroplasticità sensibili al contesto e alle esperienze successive.

Si tratta di modificazioni funzionali orientate alla sopravvivenza.

Un sistema che resta vigile a lungo sta continuando ad attivare circuiti che sono stati ripetutamente sollecitati.

Le modificazioni osservate in condizioni di stress sono in larga parte funzionali e, in presenza di contesti più stabili, possono mostrare una rilevante reversibilità.

Con il tempo, però, l’allerta può trasformarsi nella modalità prevalente anche quando l’ambiente è diventato più stabile.

La sicurezza come apprendimento

Se per mesi — o anni — hai funzionato in una condizione di attivazione elevata, la quiete può risultare poco familiare.

Il sistema nervoso tende a riconoscere come “normale” ciò che è stato ripetuto più a lungo e quando la ripetizione riguarda la tensione, la calma richiede un nuovo apprendimento.

La regolazione non si attiva con un comando volontario.
Si costruisce attraverso esperienze coerenti e ripetute.

La sicurezza è un’esperienza incarnata prima ancora che una convinzione cognitiva: ha bisogno di tempo per diventare abituale.

La stabilità come passaggio identitario

Molte persone adulte attraversano una fase in cui la situazione esterna si assesta, mentre internamente permane una tensione di fondo.

Il lavoro trova equilibrio.
Una fase critica si chiude.
Le relazioni si stabilizzano.

Eppure resta una spinta ad anticipare, a monitorare, a prepararsi.

Spesso si tratta di persone competenti, responsabili, abituate a sostenere carichi importanti: l’efficienza è diventata parte dell’identità. Rallentare, allora, implica anche ridefinire il modo in cui ci si percepisce.

Chi sono quando non sto gestendo un’urgenza?
Quale spazio occupo nella stabilità?

Sono domande che emergono con frequenza nei passaggi adulti e nelle transizioni professionali.

Riapprendere la quiete

Dal punto di vista neurobiologico, il sistema nervoso mantiene una notevole plasticità: le associazioni possono aggiornarsi.

Questo processo procede gradualmente.

All’inizio può apparire silenzioso, poco evidente.
È una fase in cui il cervello registra esperienze di calma sufficientemente ripetute da diventare riconoscibili.

La relazione, il tempo e la possibilità di nominare ciò che accade facilitano questo apprendimento.
Rendere pensabile l’esperienza aiuta il sistema nervoso a integrarla.

A volte il lavoro non consiste nell’aggiungere nuove strategie, ma nel restare abbastanza a lungo in una condizione stabile perché diventi familiare.

La sicurezza non coincide con l’euforia, è una forma di continuità che si costruisce nel tempo.

A volte imparare a stare nella quiete è già un passaggio di crescita e ogni passaggio ha bisogno di uno spazio in cui poter essere pensato.


Riferimenti
Algaidi, S. A. (2025). Chronic stress-induced neuroplasticity in the prefrontal cortex: Structural, functional, and molecular mechanisms from development to aging. Brain Research, 1851, 149461.
Arnsten, A. F. T. (2009). Stress signalling pathways that impair prefrontal cortex structure and function. Nature Reviews Neuroscience.
McEwen, B. S. (2007). Physiology and neurobiology of stress and adaptation: Central role of the brain. Annals of the New York Academy of Sciences.

 

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